Il Neurone va a teatro (3)

Ero partita bene, per questo post… Solo che poi è passata una settimana e mi sono scordata quello che volevo dire.
Maledetti impegni, una vorrebbe essere costante, stra-parlare del più e del meno, ma e vai a lavorare, e vai di qua e vai di là non c’è mai tempo di fare le cose utili, aggiornare il blog per dire.

In ogni caso, per la serie le cose allegre capitano tutte assieme, andiamo a vedere Puskin riadattato a teatro!

Che poi io Puskin non lo conosco, magari era un mattacchione.
Purtroppo ho una lacuna sui classici e lui – Puskin – oltre a teatro l’anno scorso, l’ho visto solo in statua in Russia.
Ho però questo pregiudizio strisciante, dovuto a Guerra e Pace, al Dottor Zivago e all’Anna Karenina, che i romanzi, la filosofia e un po’ la vita in generale per gli artisti russi sia da vivere come un patimento, una disgrazia via l’altra e se per caso ti viene una roba allegra bisogna subito stemperarla in una simile tragedia.
O ubriacandosi.
A teatro con Zia, però, non ci posso andar ubriaca.
Soprattutto visto che due giorni dopo avrei ritirato la macchina nuova consegnando la vecchia, vuoi mai che le faccio un bozzo?
(Che poi la povera fu-Venga la sera dopo, venne tamponata da un ciclista, vogliamo commentare?)

Alla fine, dunque, caracollo in sala e già lì, sospesa sorpresona: sala con trenta persone a dirla tutta.
Mi astengo dal dire quanto questa cosa mi sta sull’anima, perché sono la prima a dire che queste ultime stagioni sono messe assieme da una persona con evidenti problemi di bilancio in primis e di boh, non so cosa. Si passa da una roba divertente a una palla fotonica, gente che si autoincensa sul palco e attori veri, ognuno pensi quello che vuole.
Ma la sala vuota non fa bello uguale. Punto.
Subito dopo però (dopo un venti minuti di attesa, sia mai uno dal divano esclami “Cazzo c’era teatro” e corra in ciabatte a raggiungere la sua poltroncina) ti si presenta sul palco il regista col critico-amico-ed-ospite-gradito a raccontarti come gli è venuto in mente di fare sto strazio questo riadattamento.
E lì vorresti essere pure tu sul divano ad esclamare “Cazzo c’era teatro” e poi sogghignando accendere il decoder di sky.
Per fortuna non si sono portati dietro pure l’altro amico, compositore genovese (allegro come Puskin buon’anima, ritengo) che compose in quattro e quattr’otto il tema musicale dello spettacolo.
Che pare essere, il genovese, un genio d’uomo, uno a cui telefoni mentre sta facendosi gli affari suoi e chiedi un tema ispirato a Tim Burton, alla colonna sonora di Sweeney Todd e quello ti mette in vivavoce e giù a suonartela tutta.

Vedi il dramma degli abbonamenti a minuti illimitati?
Lo scatto ci vuole ancora, in certi casi…

Vabbè, poi lo spettacolo non era neanche malvagio, i quattro protagonisti della parte sulla peste eran pure bravi. Quello che interpretava Don Giovanni, però, accidenti io non riesco proprio a digerirlo (comunque non è solo opinione mia, eh, lo dicono in molti).
Il problema o che altro è che è di qua (o meglio, avendo parlato ai suoi genitori una volta, ho scoperto che l’abbia importato). E ora va di moda la roba a chilometro zero.
Quindi è bravo a prescindere, anche se arriva lui e zac, ammazza tutta la poesia, il pathos, l’atmosfera e compagnia bella.
Poi faceva Don Giovanni, ma è abbastanza bolso, oltre che col ricciolo e l’occhio bovino da genetica.
E Don Giovanni bolso NO, ok?

Alla fine, pure lui ci ha propinato il pippone…
Già, per ringraziarci di aver fatto presenza, ci ha lodato di essere persone che non accendono il televisore e vanno a teatro a vedere un filone sperimentale, di concetto.

Che carino, farà finta di non sapere che esiste l’on demand e dagli anni 90 quegli apparecchietti che registrano i programmi televisivi o sarà veramente preso dal sacro fuoco dell’arte da ignorarlo davvero?

A proposito: Madre, dopo aver letto la scorsa puntata e aver riso (ci tengo a sottolinearlo) ha chiesto se si conosce il nome dell’autrice, così, visto che parlo di cose che molti han visto.
Che avrà voluto dire? (cit.)

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